Pellecchielle del Vesuvio

Il prodotto

L’albicocca vesuviana, conosciuta scientificamente come Prunus armeniaca L. della famiglia delle Rosaceae, trova nella cultivar “pellecchiella” la sua espressione più tipica e riconosciuta. Si tratta di una varietà autoctona coltivata sulle pendici del Vesuvio, nota per la straordinaria qualità organolettica dei suoi frutti che si presentano di grande pezzatura, con polpa soda, succosa e zuccherina e una buccia molto sottile che si distacca facilmente e che ha dato origine al nome stesso della cultivar. La pellecchiella è considerata da secoli la più pregiata tra le diverse crisommole vesuviane, termine dialettale che deriva dal greco antico chrysomelon, letteralmente “mela d’oro”, espressione che già nella classicità evocava un frutto prezioso e luminoso. L’albicocco è una specie arborea caducifoglia che può raggiungere i sei metri di altezza e presenta una chioma tondeggiante con foglie ovate a margine dentellato. I fiori, bianchi o lievemente rosati, compaiono precocemente alla fine dell’inverno e annunciano la ripresa vegetativa della pianta. Il frutto è una drupa tondeggiante di colore giallo-arancio con screziature rosse che matura in periodo tardivo, tra fine giugno e luglio. La pellecchiella è apprezzata sia per il consumo fresco, grazie alla sua dolcezza e alla consistenza della polpa, sia per la straordinaria versatilità nella trasformazione in confetture, conserve, succhi e preparazioni dolciarie, come le albicocche sciroppate del Vesuvio, le marmellate e i liquori, oltre a entrare in ricette tipiche della pasticceria napoletana quali crostate, pastiere e taralli dolci. Nei testi medico-galenici medievali e rinascimentali venivano consigliate per combattere i calori estivi e le febbri e ancora oggi il loro consumo è associato a una funzione rinfrescante e benefica.

Area di Produzione

La pellecchiella trova la sua area elettiva nei comuni vesuviani, tra i quali San Sebastiano, Ottaviano, Somma Vesuviana, San Giorgio a Cremano e Portici, dove il suolo vulcanico, ricco di potassio, calcio e fosforo, conferisce ai frutti un gusto particolarmente intenso e aromatico. La coltivazione si sviluppa da secoli su ciglioni, terrazze e campi modellati dai flussi lavici antichi, secondo tecniche agronomiche tradizionali che hanno preservato la biodiversità e l’equilibrio tra uomo e paesaggio.

Storia

Le origini dell’albicocco affondano nell’Asia centro-orientale, in particolare tra Armenia, Cina e Persia, da dove il frutto giunse in area mediterranea grazie ai commerci e agli scambi culturali. Teofrasto nel IV secolo a.C. nella sua Historia Plantarum descrisse alberi affini al pesco con frutti precoci. Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia nel I secolo d.C. parlò del praecox, frutto precoce che riteneva proveniente dall’Armenia, tanto che la denominazione scientifica della specie conserva ancora oggi questo riferimento geografico. Nel Medioevo la diffusione della coltura avvenne anche attraverso i testi arabi di agronomia e medicina che attribuivano al frutto proprietà rinfrescanti e antipiretiche. In Campania l’albicocco trovò un ambiente ideale tra XI e XII secolo, favorito dal clima mite e dal terreno vulcanico. Durante il Rinascimento Pietro Andrea Mattioli nei suoi Commentarii a Dioscoride del 1565 notò la dolcezza particolare delle albicocche meridionali rispetto a quelle coltivate al Nord, mettendo in risalto il ruolo del suolo e dell’esposizione solare. Tra Sei e Settecento la pianta si affermò come coltura identitaria del Regno di Napoli e in età borbonica con la fondazione della Reale Accademia di Portici nel 1735 si consolidò lo studio e la selezione delle migliori cultivar. La pellecchiella venne riconosciuta per la sua buccia sottile e il sapore intenso. Nel XIX secolo viaggiatori e naturalisti censirono oltre cento varietà di crisommole vesuviane, celebrandone l’aroma unico legato al suolo lavico.

Riconoscimenti

Nel Novecento molte varietà di albicocche andarono perdute ma la pellecchiella continuò a rappresentare la varietà di riferimento, tanto da essere oggi tutelata come presidio Slow Food e inserita tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Campania.

Riferimenti 

  • DE CRESCENZI, P., Ruralia commoda, Napoli, 1471.
  • MATTIOLI, P.A., Commentarii in libros sex Pedacii Dioscoridis Anazarbei de materia medica, Valgrisi, Venezia 1565.
  • PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, XV, 39, cur. R. French, Loeb Classical Library, Harvard University Press, Cambridge 1984.
  • TARGIONI TOZZETTI, G., Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, Stamperia imperiale, Firenze 1768-1779.
  • TEOFRASTO, Historia Plantarum, cur. B. Einarson, Harvard University Press, Cambridge 1976.

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