Falerno del Massico

Il prodotto
Il Falerno del Massico è un vino campano di antichissime e nobili origini, la cui fama era già consolidata ai tempi dell’Impero Romano. Anzi, era considerato il vino per eccellenza, un vero e proprio status symbol nei conviti, tanto da essere bevuto dagli imperatori e dalle classi più elevate della società romana. La sua storia millenaria testimonia una tradizione vitivinicola ininterrotta nel territorio. Il disciplinare di produzione del Falerno del Massico prevede diverse tipologie per valorizzarne le specificità: Bianco, Rosso, Rosso Riserva, Primitivo e Primitivo Riserva o Vecchio.
Areale di Produzione
L’area di produzione del Falerno del Massico è circoscritta alla parte settentrionale della Campania, precisamente nella provincia di Caserta, già nota come Ager Falernus. Comprende i territori dei comuni di Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola. Questo territorio beneficia di una combinazione geologica e climatica unica, ideale per la viticoltura d’eccellenza. I terreni sono prevalentemente di origine vulcanica, sciolti e permeabili, derivanti dalle eruzioni del vicino vulcano spento di Roccamonfina, a cui si aggiungono depositi calcarei marini che conferiscono mineralità e complessità. Presentano una buona dotazione di fosforo, potassio e microelementi, essenziali per la nutrizione della vite. L’area è situata alle pendici del Monte Massico, una posizione che la protegge dai venti freddi di tramontana e maestrale, garantendo temperature miti e uniformi durante l’anno, con una significativa escursione termica tra il giorno e la notte, particolarmente favorevole alla maturazione aromatica delle uve. La prossimità al Mar Tirreno, inoltre, influenza positivamente la ventilazione e l’umidità, contribuendo alla sanità delle uve e all’unicità delle caratteristiche organolettiche del vino.
Storia
La storia del Falerno è profondamente radicata nell’antichità classica, tanto da essere considerato uno dei vini più leggendari di Roma. Già nel III-II secolo a.C., la coltivazione del Falerno si perfezionava, rendendolo un prodotto di qualità superiore. Era così celebrato da poeti e scrittori da acquisire uno status leggendario. Autori come Cicerone (De Senectute) e Tito Livio (Ab Urbe Condita) lo citano in contesti di prosa storica e filosofica per attestarne il prestigio sociale e geografico. Parallelamente, la sua fama è esaltata liricamente in poesia da Catullo (Carmina), Marziale (Epigrammata) e, in modo preminente, da Orazio (Odi e Epistole). A questa tradizione si aggiunge Virgilio (Georgiche), che con il celebre verso: “Nec cellis ideo contende Falernis” (Perciò non gareggiare con il Falerno), ne sottolineava l’eccellenza ineguagliabile.
Il Falerno non era solo una bevanda, ma un vero e proprio simbolo di distinzione e ricchezza. Servirlo ai conviti elevava il prestigio dell’ospite e attestava la sua ricchezza e raffinatezza. Era considerato il primo vino al mondo ad aver avuto una sorta di “denominazione d’origine” ante litteram, grazie alla rigorosa selezione delle aree di coltivazione e dei metodi di produzione.
Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descriveva le varietà del Falerno (Faustianum, Caucinum, ed etichetta generica) e il suo invecchiamento, evidenziandone la capacità di migliorare con gli anni, fino a decenni. Le anfore contenenti il Falerno, che potevano arrivare a 300 litri, venivano sigillate e spedite via mare dai porti di Sinuessa (l’attuale Mondragone), dalla foce del Garigliano (Sessa Aurunca) e da Gianola (Minturno) verso tutti gli angoli dell’Impero Romano, testimoniando la sua vasta diffusione e il suo ruolo nel commercio antico.
Dopo un periodo di grande splendore, la viticoltura falerna, come gran parte della viticoltura europea, subì un colpo devastante nel XIX secolo a causa dell’epidemia di fillossera, che distrusse circa il 95% dei vitigni. A ciò si aggiunse, nel secondo dopoguerra, un periodo di abbandono delle coltivazioni, con il conseguente rischio di perdere definitivamente un patrimonio genetico e culturale di inestimabile valore.
Tuttavia, negli anni ‘60 del Novecento, ebbe inizio un’importante opera di recupero e valorizzazione. Grazie all’intuizione e al lavoro pionieristico di una nota azienda vinicola, fu impiantato il primo vigneto del moderno Falerno. Questo sforzo ha permesso di riscoprire e rilanciare i vitigni autoctoni come Falanghina, Aglianico e Piedirosso, e in particolare il Primitivo, di cui studi recenti hanno suggerito la presenza di un clone autoctono, precedentemente noto come “primarulo” o “primaticcio”, distinguendolo dalle varietà pugliesi. La perseveranza di questi viticoltori moderni ha consentito al Falerno di ritrovare la sua antica gloria e di affermarsi nuovamente nel panorama enologico internazionale.
Riconoscimenti
Il Falerno del Massico ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata (DOC) nel 1989, sancendo ufficialmente la sua specificità e la sua valorizzazione. Questo riconoscimento certifica l’origine e la qualità del vino, garantendo che la produzione avvenga secondo un disciplinare rigoroso che tutela le caratteristiche storiche e organolettiche del Falerno. Il disciplinare stabilisce requisiti precisi per la coltivazione e la vinificazione: ad esempio, la resa massima dell’uva in vino non deve essere superiore al 70% per tutte le tipologie. Per le tipologie “Riserva”, è previsto un periodo di invecchiamento minimo, di cui una parte obbligatoria in botte di legno (due anni totali, di cui almeno uno in legno). Inoltre, i vini devono essere immessi al consumo unicamente nelle tradizionali bottiglie di vetro, con una capacità massima di 12 litri, ed è vietato l’utilizzo del tappo a corona. Il disciplinare impone anche un numero minimo di ceppi per ettaro non inferiore a 3.500 e la forma di allevamento a filare per i nuovi impianti e reimpianti, al fine di garantire la qualità e la sostenibilità della produzione.
Riferimenti
AA.VV., Il libro del vino. Manuale teorico & pratico, Gambero Rosso GRH, Roma, 2004.
CATULLO (C. Valerius Catullus), Carmina, XXVII (Composizione: I sec. a.C.).
CICERONE, M.T., Cato Maior de Senectute, XX, 46-47, 44 a.C.
DALMASSO, L., Il vino nell’antica Roma. Così bevevano i Romani, Wingsbert House by Aliberti, Correggio, 2015.
DI FALCO, B., Antichità di Napoli, e del suo amenissimo distretto, per Carlo Porsile, Napoli, 1679.
FONTANARI-MARTINATTI I., La vite e il vino nella farmacia di Plinio il vecchio, Edizioni Arca, Cornaredo, 2001.
MARZIALE (M. Valerius Martialis), Epigrammata, Libri I-XII (Composizione: I sec. d.C.).
NOCCA, G., Falerno. Il vino dei Cesari, Arbor Sapientiae Editore, Roma, 2022.
ORAZIO (Q. Horatius Flaccus), Odi, Libri I, II, III; Epistole, Libro I, (Composizione: I sec. a.C.).
PLINIO IL VECCHIO (C. Plinius Secundus), Naturalis Historia, Libro XIV, (Composizione: I sec. d.C.).
TITO LIVIO (T. Livius), Ab Urbe Condita, Libro X, 21, 8, (Composizione: I sec. a.C. – I sec. d.C.).
VIRGILIO (P. Vergilius Maro), Georgiche, II, 96, (Composizione: I sec. a.C.).
ZANNINI, U., I vini d’età romana in Campania settentrionale, in Civiltà Aurunca, XXV, n. 75-76, Marina di Minturno, Caramanica, 2009.
Risorse online
https://agricoltura.regione.campania.it/viticoltura/falerno-massico.html
https://www.assovini.it/italia/campania/item/154-falerno-del-massico-doc
https://www.camminodellappia.it/il-vino-falerno-dalle-antiche-e-nobili-origini
https://www.campaniastories.com/campania/denominazioni-dop/falerno-del-massico
https://www.quattrocalici.it/denominazioni/falerno-del-massico-doc
https://www.qualigeo.eu/prodotto-qualigeo/falerno-del-massico-dop
https://www.thewinebeat.com/2019-2-17-falerno-del-massico-doc-campania
